Fino a qualche settimana fa sembrava che nella folle corsa verso la (presunta) libera circolazione delle merci tra l'Europa e 78 sue ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico (Acp), non ci si potesse fermare nemmeno un attimo a riflettere. Pensare, ad esempio, a quei 19.782 milioni di dollari, cioè il 3% del suo Pil, che il Burundi secondo il Programma per lo sviluppo delle Nazioni unite (Undp) perderebbe se, invece dei vecchi accordi di cooperazione commerciale che l'ex Madre Patria le ha concesso negli anni, dovessero entrare in vigore gli Epa, Accordi di Partenariato Economico che la Commissione europea sta tentando di far entrare in vigore entro la fine dell'anno in tutti i Paesi Acp. Le esportazioni europee in Ghana, in uno scenario di questo genere che vuole sottomettere i vecchi accordi alla deregulation istituzionalizzata dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), aumenteranno del 37,5%, mentre il Paese perderà 194 milioni di dollari per effetto dello smantellamento delle tariffe doganali. Ma il Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne (Cagre), che per l'Ue gestisce i temi di commercio e sviluppo, non ha voluto chiudere la partita. Si incontrerà ancora una volta a dicembre, prima della scadenza dei negoziati in corso, per decidere quale alternative offrire a quei Paesi che non si sentono ancora pronti a firmare un Epa, e non potranno godere di alcun altro regime preferenziale previsto per i Paesi più poveri.
Una zeppa in un ingranaggio che, a detta del Commissario al commercio Peter Mandelson, fino a ieri non prevedeva un "Piano B". E che invece forse, anche per il fastidio generato nei Paesi membri dai suoi atteggiamenti sarcastici e decisionisti, potrebbe aprire nuovi spiragli a Paesi in difficoltà, che negli ultimi mesi non fanno che ripetere di non essere pronti ad aprire i propri mercati e di temere gli impatti degli Epa sui più poveri. Questo risultato, una volta tanto, è stato determinato del nostro Paese: la viceministra Patrizia Sentinelli ha sostenuto infatti, nella seduta del Cagre che si è tenuta ieri e l'altro ieri a Bruxelles, una posizione nettissima, interpretando le richieste di elasticità e cautela che anche le campagne che si battono insieme nel mondo contro la messa in vendita dell'Africa senza rete, hanno ribadito in questi mesi. Una decisione che, per la prima volta, ha fatto convergere sullo stesso fronte di civiltà che l'Italia aveva tenuto in (quasi) perfetta solitudine, anche Inghilterra, Olanda e Germania, che spostano grandi volumi di aiuti e di consenso, oltre che di merci.
«Tutti i Paesi membri hanno convenuto che le condizioni dei Paesi Acp non possono e non debbono peggiorare rispetto ad oggi - ci spiega Sentinelli - e ci incontreremo ancora per capire che fare». L'Italia ha ottenuto un altro successo su un suo cavallo di battaglia: la partecipazione. «L'indicazione chiara che abbiamo dato - continua Sentinelli - è che gli impatti degli eventuali nuovi accordi sulle comunità locali dovranno essere monitorati, con i Parlamenti dei Paesi coinvolti e la loro società civile». Tutti i Governi hanno dovuto ammettere, anche se con una varietà e sfumatura di posizioni, che in questo momento la previsione di Epa che costringano i Paesi Acp a liberalizzare tutti i mercati, da quelli dei prodotti fino ai più ghiotti servizi ed investimenti, va ridimensionata e ci si dovrà accontentare di procedere in due tempi: prima si discuterà di come ampliare gli scambi dei prodotti senza danni, poi si vedrà.
Altro punto importante, quello degli Aiuti al Commercio, che spesso la Commissione sventola davanti ai Paesi più poveri come possibilità concreta di sostegno solo per chi accetta il pacchetto delle liberalizzazioni: «Nel mio intervento ho chiarito che i mali delle liberalizzazioni non si compensano mettendo sul tavolo fondi aggiuntivi - chiarisce Sentinelli - L'Aid For Trade deve essere finalizzato a rafforzare gli attori che fanno migliorare le condizioni di vita delle comunità, cioè i piccoli produttori».
Insomma se la Commissione voleva ricevere dai ministri di riferimento una spinta a chiudere i negoziati, è rimasta delusa. Il Commissario Mandelson ha di recente accusato Nigeria e Kenya di essere come elefanti seduti al centro del cammino degli Epa, soltanto perché hanno chiesto più tempo per capire i nuovi accordi. Ken Ukaoha e Leo Ugbajah, della National Association of Nigerian Traders gli hanno replicato che quell'elefante è un simbolo prezioso per il folklore africano. Il pachiderma cammina piano perché porta sulla schiena 150 milioni di persone - i cittadini nigeriani - e la cautela è dunque d'obbligo. Ora anche i ministri europei vogliono prendersi del tempo per capire se gli Epa possono essere uno strumento di cooperazione. La lezione della lentezza schiarirà le idee anche a Mandelson?