Per darvi conto dell'evoluzione che hanno subito i negoziati Epas da dopo l'estate è forse utile partire dalla conclusione, l'affermazione del commissario al commercio Peter Mandelson che con alcuni Paesi ACP non sarà possibile un accordo entro la fine dell'anno, nemmeno uno di compromesso che perlomeno permetta alla Ue di rispettare l'Art. XXIV dell'accordo GATT, che impone la reciprocità negli accordi commerciali tra due blocchi regionali. Ma come siamo arrivati a questa situazione? Com'è possibile che a un mese dalla data limite per la firma degli accordi Epas ancora ci sia così tanta incertezza e, forse è più corretto dire, rassegnazione, anche da parte della commissione al commercio non incline certo al compromesso?
In realtà i Paesi ACP da mesi sostenevano che i negoziati avanzavano con eccessiva lentezza e che su molte questioni il lavoro da fare era ancora troppo per rispettare la data di fine dicembre 2007. L'Ue, sia tramite la Commissione, sia in sede politica, durante le riunioni del Consiglio europeo, ripeteva continuamente la necessità di chiudere i negoziati in tempo, per preservare le condizioni di accesso al mercato per l'esportazione dei beni altrimenti necessariamente da ridurre, e di negoziare un accordo comprensivo di altri importanti e delicati capitoli come i servizi, gli investimenti e gli appalti pubblici, tutto, ripetevano, a garanzia di un accordo EPA davvero a sostegno dello sviluppo dei Paesi ACP.
Lasciamo ai tre messaggi messaggi allegati il dettaglio delle varie posizioni espresse dalle regioni ACP e degli ultimi accadimenti anche in sede europea. Qui preme sottolineare come in primo luogo la Commissione abbia dovuto fare un passo indietro accettando obtorto collo di non chiudere entro l'anno accordi Epas comprensivi dei servizi e degli investimenti. Infatti tutte le regioni, escluso quella dei Caraibi, anche se il quadro negoziale avanza in modo rapido e niente può essere detto con certezza, hanno rifiutato di negoziare norme vincolanti in materia in tempi così rapidi. Come a Cancun, durante la terza conferenza ministeriale della WTO, i Paesi ACP contribuirono all'uscita dai negoziati di Doha dei famosi Temi di Singapore (tra cui investimenti e appalti pubblici), così sono riusciti, momentaneamente, a far fare un passo indietro all'Europa sugli stessi temi in un'agenda regionale, quella Ue-ACP, che sappiamo essere molto più aggressiva di quella multilaterale. Questo è il primo dato politico da considerare e si tenga presente che stiamo parlando di due settori, gli investimenti e i servizi, chiave per gli interessi commerciali ed economici europei. Ma non c'è solo questo importante risultato, che comunque ancora non ci permette di dire che i servizi e gli investimenti sono definitivamente usciti dall'agenda negoziale degli Epas. C'è dell'altro. Ad inizio ottobre i Paesi dell'Africa Occidentale (Ecowas) hanno espresso una posizione netta di rifiuto dell'ipotesi di firmare un accordo Epas entro il 2007, chiedendo una proroga della scadenza negoziale. Il problema è che la Commissione non accetta in nessun modo di valutare questa ipotesi , affermando che un accordo che copra il commercio dei beni, soggetto ai vincoli dell' Art.XXIV del GATT, è necessario entro la fine dell'anno se i Paesi ACP vogliono mantenere il livello attuale di accesso al mercato europeo. Per questo motivo ha tratto fuori dal cappello una soluzione ambigua che dovrebbe, nelle intenzioni, mettere a tacere il dissenso ACP ed europeo, e garantire il rispetto della scadenza fissata per il 31 dicembre prossimo. Si tratterebbe di accordi EPA ad interim, che stabiliscono le modalità per quanto riguarda il commercio dei beni, ed il capitolo di sviluppo, sul quale l'intesa tra le parti, di tutte e sei le regioni, langue per la scarsa volontà europea di dare sostanza alla dimensione di sviluppo di questi accordi, mentre rinvia a negoziati successivi i restanti capitoli negoziali con l'obiettivo di rendere comunque vincolante la conclusione di un full EPA in un periodo successivo. Si tratta di una soluzione che è stata accettata da varie regioni, ma alcune, come quella occidentale ancora non hanno espresso un consenso. In particolare anche la stessa Africa Centrale sembra aver fatto un passo indietro ed al momento le due regioni ancora non hanno avanzato offerte in materia di accesso al mercato ed i tempi si stanno stringendo. Insomma, la Commissione insiste con la necessità di arrivare ad un accordo almeno sul commercio dei beni, dove, lo ricordiamo, sarebbero i Paesi ACP a sostenere l'intero onere di liberalizzazione, visto che l'Ue già concede un pressoché totale, a parte alcune importanti eccezioni, accesso duty e quota free alle esportazioni ACP. Il problema che rimane irrisolto e su cui lo stesso Consiglio Affari Generali della Ue, che ha riunito i ministri dello sviluppo il 19 e 20 novembre proprio sul tema degli Epas, ha lasciato uno spiraglio, grazie anche all'intenso lavoro politico svolto dalla nostra vice ministra Patrizia Sentinelli, è la situazione di quei Paesi in via di sviluppo che non firmeranno e che alcuni Paesi europei non vogliono che vedano peggiorate le loro condizioni di accesso al mercato. La Commissione su questo è chiara, senza accordo si passa ad un sistema di preferenza molto più blando che è quello del GSP. Ma qui interviene la politica ed il risultato politico è che alcuni Paesi membri non accettano questa ipotesi e lasciano aperto il campo per una soluzione di compromesso che però probabilmente potrebbe produrre un effetto a catena anche in altre regioni che si stanno apprestando a chiudere l' interim agreement.
Un altro elemento da sottolineare riguarda il tema dell'integrazione regionale. La Commissione ha espressamente affermato che gli accordi si chiuderanno con quei paesi che lo vogliono. E questo sta provocando dei movimenti con l'uscita di alcuni Paesi da determinate aree di integrazione scelte nel negoziato Epas per approdare ad altre in modo da avere garantito l'accordo. Ma questi fatti evidenziano due aspetti fondamentali che denunciamo da tempo. Il primo è che la scelta delle regioni è stata sbagliata e lo dimostra il fatto che esistono sovrapposizioni impressionanti tra le regioni scelte per i negoziati Epas e quelle che avevano già avviato processi di integrazione economica. Il secondo elemento è che gli Epas dovrebbero sostenere il processo di integrazione regionale e non determinare lo sfaldamento dei blocchi come attualmente sta accadendo (l'esempio più emblematico è quello della Tanzania che dall'ESA è passata alla SADC). Il modello open regionalism proposto dalla Ue, che prevede una contestuale apertura dei mercati sia a livello regionale che internazionale, rappresenta un freno all'integrazione regionale dell'Africa. Un recente studio dell'università di Nottingham ha analizzato la performance di alcuni settori dell'export, tra cui l'agroalimentare, il tessile ed il metallurgico, di cinque Paesi Africani nel periodo 1993-1995, dimostrando come le produzioni dirette ai mercati regionali determinino un maggiore effetto positivo dal punto di vista economico per le imprese esportatrici: stipendi più alti, maggiore specializzazione e produttività etc., mentre quelle dirette al mercato internazionale subiscono il controllo del capitale straniero e producono minori effetti positivi sullo sviluppo del settore. Il consiglio degli economisti che hanno condotto lo studio è quello di privilegiare i mercati regionali anziché quelli internazionali.
Da una prospettiva di società civile possiamo dirci soddisfatti per alcuni risultati raggiunti, consapevoli però che la partita non è ancora chiusa ma che, a differenza di qualche mese fa, c'è più spazio politico dove potersi muovere. Dalla certezza ottusa che la commissione europea ha sempre espresso di una chiusura di accordi full EPA entro l'anno, siamo arrivati ad accordi parziali, ad alcune regioni che nemmeno quello vogliono, e ad un Consiglio europeo che finalmente vede Paesi come l'Olanda, l'Italia e l'Inghilterra muoversi congiuntamente per aprire spiragli politici su questo processo negoziale. Non è poco, assolutamente. E come sul versante ACP la società civile sta giocando un ruolo importante nello spingere i propri governi ad assumere posizioni più coraggiose, così anche in Europa una parte del merito sicuramente è da attribuire all'intenso lavoro della società civile sia di lobby che di base.
Il prossimo 10 dicembre i ministri dello sviluppo si riuniranno di nuovo per fare il punto sui negoziati EPAs. Si tratta dell'ultima opportunità per ottenere dai Paesi membri della Ue una proroga della scadenza negoziale che non obblighi i Paesi ACP a un peggioramento delle condizioni di accesso al mercato europeo. Un vero partenariato non può realizzarsi attraverso l'imposizione unilaterale europea dei tempi e delle modalità delle relazioni tra le parti. Venti anni di politiche di aggiustamento strutturale improntate alla liberalizzazione dei mercati hanno solo peggiorato le condizioni sociali ed economiche dei Paesi più poveri. Gli EPAs dovrebbero rappresentare un'opportunità per ripensare il commercio come strumento di benessere per le popolazioni di quei Paesi e non l'ennesimo tentativo di un'imposizione unilaterale di "ricette di sviluppo" fallimentari.
Come cittadini italiani dovremmo pretendere che il nostro Paese non si renda co-responsabile di questo inganno rappresentato da accordi di libero scambio che niente hanno a che vedere con gli ambiziosi obiettivi stabiliti nella Convenzione di Cotonou in materia di riduzione della povertà e sviluppo umano e sostenibile.