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Epas: non è ancora detta l'ultima parola!

Roberto Sensi CRBM/Mani Tese - L'Africa non è in Vendita!

Per darvi conto dell'evoluzione che hanno subito i negoziati Epas da  dopo l'estate è forse utile partire dalla conclusione, l'affermazione  del commissario al commercio Peter Mandelson che con alcuni Paesi ACP  non sarà possibile un accordo entro la fine dell'anno, nemmeno uno di compromesso che perlomeno permetta alla Ue di rispettare l'Art. XXIV dell'accordo GATT, che impone la reciprocità negli accordi  commerciali tra due blocchi regionali. Ma come siamo arrivati a  questa situazione? Com'è possibile che a un mese dalla data limite  per la firma degli accordi Epas ancora ci sia così tanta incertezza  e, forse è più corretto dire, rassegnazione, anche da parte della  commissione al commercio non incline certo al compromesso?
In realtà i Paesi ACP da mesi sostenevano che i negoziati avanzavano  con eccessiva lentezza e che su molte questioni il lavoro da fare era  ancora troppo per rispettare la data di fine dicembre 2007. L'Ue, sia  tramite la Commissione, sia in sede politica, durante le riunioni del  Consiglio europeo, ripeteva continuamente la necessità di chiudere i  negoziati in tempo, per preservare le condizioni di accesso al  mercato per l'esportazione dei beni altrimenti necessariamente da  ridurre, e di negoziare un accordo comprensivo di altri importanti e  delicati capitoli come i servizi, gli investimenti e gli appalti  pubblici, tutto, ripetevano, a garanzia di un accordo EPA davvero a  sostegno dello sviluppo dei Paesi ACP.

Lasciamo ai tre messaggi messaggi allegati il dettaglio delle varie posizioni espresse dalle regioni ACP e degli ultimi accadimenti anche  in sede europea. Qui preme sottolineare come in primo luogo la  Commissione abbia dovuto fare un passo indietro accettando obtorto  collo di non chiudere entro l'anno accordi Epas comprensivi dei  servizi e degli investimenti. Infatti tutte le regioni, escluso  quella dei Caraibi, anche se il quadro negoziale avanza in modo  rapido e niente può essere detto con certezza, hanno rifiutato di  negoziare norme vincolanti in materia in tempi così rapidi. Come a  Cancun, durante la terza conferenza ministeriale della WTO, i Paesi  ACP contribuirono all'uscita dai negoziati di Doha dei famosi Temi di  Singapore (tra cui investimenti e appalti pubblici), così sono  riusciti, momentaneamente, a far fare un passo indietro all'Europa  sugli stessi temi in un'agenda regionale, quella Ue-ACP, che sappiamo  essere molto più aggressiva di quella multilaterale. Questo è il  primo dato politico da considerare e si tenga presente che stiamo  parlando di due settori, gli investimenti e i servizi, chiave per gli  interessi commerciali ed economici europei. Ma non c'è solo questo  importante risultato,  che comunque ancora non ci permette di dire  che i servizi e gli investimenti sono definitivamente usciti  dall'agenda negoziale degli Epas. C'è dell'altro. Ad inizio ottobre i  Paesi dell'Africa Occidentale (Ecowas) hanno espresso una posizione  netta di rifiuto dell'ipotesi di firmare un accordo Epas entro il  2007, chiedendo una proroga della scadenza negoziale. Il problema è che la Commissione non accetta in nessun modo di valutare questa ipotesi , affermando che un accordo  che copra il commercio dei beni, soggetto ai vincoli dell' Art.XXIV  del GATT, è necessario entro la fine dell'anno se i Paesi ACP  vogliono mantenere il livello attuale di accesso al mercato europeo.  Per questo motivo ha tratto fuori dal cappello una soluzione ambigua  che dovrebbe, nelle intenzioni, mettere a tacere il dissenso ACP ed  europeo, e garantire il rispetto della scadenza fissata per il 31  dicembre prossimo. Si tratterebbe di accordi EPA ad interim, che  stabiliscono le modalità per quanto riguarda il commercio dei beni,  ed il capitolo di sviluppo, sul quale l'intesa tra le parti, di tutte  e sei le regioni, langue per la scarsa volontà europea di dare  sostanza alla dimensione di sviluppo di questi accordi, mentre rinvia  a negoziati successivi i restanti capitoli negoziali con l'obiettivo  di rendere comunque vincolante la conclusione di un full EPA in un  periodo successivo. Si tratta di una soluzione che è stata accettata  da varie regioni, ma alcune, come quella occidentale ancora non hanno  espresso un consenso. In particolare anche la stessa Africa Centrale  sembra aver fatto un passo indietro ed al momento le due regioni  ancora non hanno avanzato offerte in materia di accesso al mercato ed  i tempi si stanno stringendo. Insomma, la Commissione insiste con la necessità di arrivare ad un accordo almeno sul commercio dei beni, dove, lo ricordiamo, sarebbero i Paesi ACP a sostenere l'intero onere di liberalizzazione, visto che l'Ue già  concede un pressoché totale, a parte alcune importanti eccezioni,  accesso duty e quota free alle esportazioni ACP. Il problema che  rimane irrisolto e su cui lo stesso Consiglio Affari Generali della  Ue, che ha riunito i ministri dello sviluppo il 19 e 20 novembre  proprio sul tema degli Epas, ha lasciato uno spiraglio, grazie anche  all'intenso lavoro politico svolto dalla nostra vice ministra  Patrizia Sentinelli, è la situazione di quei Paesi in via di sviluppo  che non firmeranno e che alcuni Paesi europei non vogliono che vedano  peggiorate le loro condizioni di accesso al mercato. La Commissione  su questo è chiara, senza accordo si passa ad un sistema di  preferenza molto più blando che è quello del GSP. Ma qui interviene  la politica ed il risultato politico è che alcuni Paesi membri non  accettano questa ipotesi e lasciano aperto il campo per una soluzione  di compromesso che però probabilmente potrebbe produrre un effetto a  catena anche in altre regioni che si stanno apprestando a chiudere  l' interim agreement.

Un altro elemento da sottolineare riguarda il tema dell'integrazione regionale. La Commissione ha espressamente affermato che gli accordi  si chiuderanno con quei paesi che lo vogliono. E questo sta  provocando dei movimenti con l'uscita di alcuni Paesi da determinate  aree di integrazione scelte nel negoziato Epas per approdare ad altre  in modo da avere garantito l'accordo. Ma questi fatti evidenziano due  aspetti fondamentali che denunciamo da tempo. Il primo è che la  scelta delle regioni è stata sbagliata e lo dimostra il fatto che  esistono sovrapposizioni impressionanti tra le regioni scelte per i  negoziati Epas e quelle che avevano già avviato processi di  integrazione economica. Il secondo elemento è che gli Epas dovrebbero  sostenere il processo di integrazione regionale e non determinare lo  sfaldamento dei blocchi come attualmente sta accadendo (l'esempio più  emblematico è quello della Tanzania che dall'ESA è passata alla  SADC). Il modello open regionalism proposto dalla Ue, che prevede una  contestuale apertura dei mercati sia a livello regionale che  internazionale, rappresenta un freno all'integrazione regionale  dell'Africa. Un recente studio dell'università di Nottingham  ha  analizzato la performance di alcuni settori dell'export, tra cui  l'agroalimentare, il tessile ed il metallurgico,  di cinque Paesi  Africani nel periodo 1993-1995, dimostrando come le produzioni  dirette ai mercati regionali determinino un maggiore effetto positivo  dal punto di vista economico per le imprese esportatrici: stipendi  più alti, maggiore specializzazione e produttività etc., mentre  quelle dirette al mercato internazionale subiscono il controllo del  capitale straniero e producono minori effetti positivi sullo sviluppo  del settore. Il consiglio degli economisti che hanno condotto lo  studio è quello di privilegiare i mercati regionali anziché quelli  internazionali.

Da una prospettiva di società civile possiamo dirci soddisfatti per alcuni risultati raggiunti, consapevoli però che la partita non è ancora chiusa ma che, a differenza di qualche mese fa, c'è più spazio politico dove potersi muovere. Dalla certezza ottusa che la  commissione europea ha sempre espresso di una chiusura di accordi  full EPA entro l'anno, siamo arrivati ad accordi parziali, ad alcune  regioni che nemmeno quello vogliono, e ad un Consiglio europeo che  finalmente vede Paesi come l'Olanda, l'Italia e l'Inghilterra  muoversi congiuntamente per aprire spiragli politici su questo  processo negoziale. Non è poco, assolutamente. E come sul versante  ACP la società civile sta giocando un ruolo importante nello spingere  i propri governi ad assumere posizioni più coraggiose, così anche in  Europa una parte del merito sicuramente è da attribuire all'intenso  lavoro della società civile sia di lobby che di base.
Il prossimo 10 dicembre i ministri dello sviluppo si riuniranno di  nuovo per fare il punto sui negoziati EPAs. Si tratta dell'ultima opportunità per ottenere dai Paesi membri della Ue una proroga della scadenza negoziale che non obblighi i Paesi ACP a un peggioramento  delle condizioni di accesso al mercato europeo. Un vero partenariato non può realizzarsi attraverso l'imposizione unilaterale europea dei tempi e delle modalità delle relazioni tra le parti. Venti anni di politiche di aggiustamento strutturale  improntate alla liberalizzazione dei mercati hanno solo peggiorato le  condizioni sociali ed economiche dei Paesi più poveri. Gli EPAs  dovrebbero rappresentare un'opportunità per ripensare il commercio  come strumento di benessere per le popolazioni di quei Paesi e non  l'ennesimo tentativo di un'imposizione unilaterale di "ricette di  sviluppo" fallimentari.
Come cittadini italiani dovremmo pretendere che il nostro Paese non  si renda co-responsabile di questo inganno rappresentato da accordi  di libero scambio che niente hanno a che vedere con gli ambiziosi  obiettivi stabiliti nella Convenzione di Cotonou in materia di  riduzione della povertà e sviluppo umano e sostenibile.

 

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