Questo di Viviane Forrester è un libro parlato: non suddiviso né in capitoli né in paragrafi invano il lettore cercherà un indice degli argomenti, dei nomi o delle cosiddette “cose notevoli”. Eppure difficilmente chi lo avrà in mano e comincerà a scorrerlo ne interromperà a cuor leggero la lettura: queste quasi 200 pagine di riflessioni, dati, richiami e riferimenti storici si svolgono in una scrittura che non affatica, assertiva ma rispettosa del lettore del quale, ad ogni passaggio impegnativo, conosce e rispetta le esigenze di chiarezza, cui rigorosamente si premura di venire incontro. In cambio chiede di essere presa sul serio e chi lo farà non sarà deluso.
La guerra contro il nazismo non c’è mai stata: nel ‘39 le democrazie combatterono contro la Germania dopo aver accuratamente evitato, negli anni immediatamente precedenti, di accoglierne gli ebrei perseguitati quando ancora Hitler ne permetteva l’emigrazione. E il conflitto fra Israele e Palestina è il prolungamento in Oriente di quella violenza la cui origine è dentro il cuore stesso della storia europea. Gli arabi hanno ricevuto il fardello – il castigo, per così dire – di un disastro cui sono del tutto estranei.
Ci chiediamo: i palestinesi, gli israeliani sanno “fino a che punto sono vittime non gli uni degli altri, ma gli uni e gli altri di una Storia dichiarata passata , ma rimasta in sospeso (…), una Storia europea in cui essi non sono stati né carnefici né colpevoli?” La violenza coloniale che l’Europa aveva esportato nel mondo, sostenuta dalle ideologie razziste che ne accompagnavano il dispiegarsi su scala planetaria, tramite l’esasperazione parossistica del nazismo era rimbalzata sul continente europeo devastandolo materialmente e moralmente.
L’antisemitismo non fu , infatti, a un determinato momento, altro che “ un epifenomeno in seno a un razzismo più generale che regnava ufficiale, ratificato, radicato nel colonialismo, nelle apartheid e in altre discriminazioni che avevano forza di legge”.
La Forrester ci ricorda l’insufficienza della riflessione postbellica sullo sterminio degli ebrei: “si tentò di esorcizzare il disastro superficialmente e in fretta, a colpi di punti esclamativi”, ma niente si fece per individuarne le radici, per estirpare il fenomeno alla base.
E gli arabi? e i Palestinesi? La Forrester ricostruisce il contesto nel quale – anche dopo la costituzione dell’ONU e la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del ’48 – molti popoli erano ufficialmente assoggettati alle grandi nazioni e il colonialismo faceva parte dello scenario: “le democrazie ne privilegiavano l’ideologia, i socialisti approvavano”.
Non c’è da stupirsi se alle Nazioni Unite parve naturale giudicare disponibile una terra in cui vivevano degli arabi considerati subalterni: concedere terre “popolate da disprezzati ad altri disprezzati. Se la sbrogliassero fra di loro”.
I temi toccati nello svolgersi del discorso vanno poi dal rapporto complesso tra sionismo, antisemitismo e colonialismo al declino di quest’ultimo contestualmente alla nascita dello stato di Israele, dall’ambiguità nell’uso del termine Shoà, alla necessità di riconoscere finalmente il diritto di tutti al Diritto.
Infine l’autrice segnala come al di là delle apparenti insanabili contraddizioni emerge una potenziale solidarietà araba-ebraica e israelo-palestinese, purchè i protagonisti si incontrino sempre più senza la “mediazione” non disinteressata delle grandi potenze, mettendosi bensì in condizione di incontrare insieme la loro vera storia, una storia divenuta finalmente sincrona e rispettosa delle rispettive multiformi memorie. Se si rinuncerà sempre più a cercare chi è stato il “primo “ responsabile, queste due nazioni , innamorate della stessa terra, saranno sempre più in grado di capirsi.
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