Come gruppo ci tenevamo molto all’incontro sul conflitto israeliano-palestinese,sia perché anche durante la Festa provinciale dell’Unità dello scorso anno,ne realizzammo uno simile,nel bel mezzo dell seconda guerra in Libano,sia perchè quest’anno,il 2007,non è un anno come gli altri,per la storia del conflitto. A novembre,pur non sapendo ancora con quali protagonisti (Siria e Iran ci saranno? Quale sarà la posizione di Hamas?) si terrà l’ennesima conferenza sul futuro della regione e il 2007 rappresenta anno di tristi anniversari, 40 anni dalla guerra dei sei giorni (giugno 1967) e 20 anni dallo scoppio della prima
intifada nei territori occupati (1987). Qualcosa è cambiato? Ci sono stati passi avanti significativi nel processo di pace?
Ad assistere al dibattito,sembrerebbe proprio di sì, senza essere tacciati di ottimismo ingiustificato. Tammi Molad-Hayo,membro del Labour israeliano,Yousef Salman,membro di al-Fatah in Italia e Luciano Vecchi, responsabile esteri Ds hanno dato,con le loro parole, speranze per il futuro; mai come ora (anche se l’evoluzione del conflitto negli anni sembra sempre smentire e stoppare sul più bello la speranza di pace) in Israele e in Palestina ci sono due fronti forti che vogliono la pace e che vogliono la nascita di uno Stato palestinese autonomo e sovrano. Due fronti che ogni giorno sono minacciati dagli estremismi che purtroppo abbondano nella regione (dagli ebrei ultraortodossi ai movimenti islamisti radicali) e che devono essere supportati e aiutati a camminare da soli, senza,da parte occidentale imporre soluzioni che israeliani e palestinesi sono in grado di trovare da soli.
Salman e Molad-Hayo,rifiutando l’ipotesi del Grande Medio Oriente e dello scontro di civiltà (in cui Israele sembrerebbe il fronte insanguinato,l’ultimo bastione della civiltà giudaico-cristiana, strana invenzione,pensando alla storia delle due religioni,contro la civiltà musulmana) tanto cara all’amministrazione Bush e ormai destinato al fallimento hanno insistito molto su questo concetto:israeliani e palestinesi amano la propria terra e solo loro la conoscono realmente:solo loro saranno in grado,da soli, senza stampelle poste da altri di arrivare ad una giusta pace. Per arrivare alla pace ,però,è necessario anche uno sforzo interiore da parte israeliana e palestinese ed è forse il passo più difficile:si deve arrivare ad una visione della storia (dal 1948) rispettata e condivisa da ambo le parti.
Ci sono già esempi concreti,come il libro di storia scritto da insegnati israeliani e palestinesi oppure il libro pubblicato da Gush Shalom,Truth against Truth. Ad esempio,la guerra del 1948,conosciuta dagli israeliani come guerra d’indipendenza, dagli arabi è conosciuta come
naqba (la catastrofe); finche ci sarà questa visione diversissima, impostata solamente sull’odio per l’altro,non ci sarà un pace giusta,per entrambi i popoli. Questi libri,insieme ad esperienze come quelle dei Parent’s circle (famiglie israeliane e palestinesi,colpiti da lutti causati dal conflitto,che si riuniscono per predicare pace e non vendetta) possono aiutare le giovani generazioni ad uscire da questa visione dello scontro millenaristica (ciò che vogliono gli estremisti da ambo le parti). Per arrivare alla pace,oltre quest’aspetto interiore e personale,che deve toccare tutti gli uomini e le donne israeliani e palestinesi,ci vuole uno sforzo dal punto di vista istituzionale. Israele deve,come ha ricordato la signora Molad-Hayo,fermare l’occupazione e smantellare le colonie,che rappresentano il primo e più grande ostacolo alla pace e alla costruzione dello Stato palestinese,mentre l’autorità palestinese,ha ricordato Salman,deve,nella sua interezza,riconoscere lo Stato d’Israele.
Insomma,i punti d’ombra e di difficoltà non mancano ma sembra che questa finestra sulla pace (che si apre e si chiude con una diabolica intermittenza) sembra per una volta un po’ più aperta di altre volte;sta a tutti noi non permettere che si chiuda.
Andrea Bortolamasi
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